MICROBIOTA VAGINALE: L’INFLUENZA DELLA DIETA

Donna sorridente mentre consuma un pasto ricco di verdure, per illustrare dieta e microbiota vaginale

Dieta e microbiota vaginale sono collegati attraverso nutrienti che influenzano metabolismo, infiammazione e disponibilità di substrati per i lattobacilli. Un’alimentazione ricca di fibre e fonti vegetali si associa più spesso a eubiosi, mentre alcol e alcuni modelli alimentari favoriscono la disbiosi.

Conosciamo bene il ruolo che il microbiota vaginale gioca nella salute della donna, sia per quanto concerne le infezioni urogenitali che per molte problematiche non infettive, nonché per il buon esito della gravidanza.

Le comunità batteriche vaginali possono essere classificate in cinque tipi principali. I vaginotipi II e V, dominati rispettivamente da Lactobacillus gasseri e Lactobacillus jensenii, e soprattutto il vaginotipo I dominato da L. crispatus, sono considerati ottimali. Il vaginotipo III è dominato da L. iners, spesso considerato una specie di transizione con minori capacità protettive. Il vaginotipo IV infine è caratterizzato da una deplezione di lattobacilli e dalla proliferazione di altre specie, aerobie o anaerobie, con una maggiore diversità e senza una specifica dominanza; questa situazione può mettere maggiormente a repentaglio la salute femminile.

Studi longitudinali hanno mostrato che la composizione del microbiota vaginale è influenzata da diversi fattori locali e sistemici, come per esempio i livelli ormonali, lo stress, il fumo di sigaretta, le terapie antibiotiche, l’attività sessuale, l’utilizzo di prodotti topici. Ma l’impatto delle abitudini alimentari, così determinante nell’influenzare il microbiota intestinale, è stato raramente esplorato in riferimento a quello vaginale. Eppure sappiamo bene che l’intestino e il tratto genitale sono in continua comunicazione, e il microbiota vaginale si forma ed evolve grazie anche ad una continua traslocazione di microrganismi di provenienza intestinale.

Uno studio recente [1] cerca di colmare questa lacuna valutando le associazioni tra dieta e composizione del microbiota vaginale in 113 giovani donne (non gravide), studentesse dell’Università di Bologna.

Per ogni partecipante sono stati caratterizzati il vaginotipo, il profilo metabolico vaginale e l’assunzione di calorie, macronutrienti e alcol. Vediamo quali sono i risultati.

Proteine animali

Un aumento dell’assunzione di proteine animali, principalmente derivate da carne rossa e carne lavorata, risulta positivamente associato al vaginotipo IV, dunque sembra causare una deplezione di lattobacilli. Questo è in linea con i risultati di due studi precedenti: uno ha mostrato una correlazione negativa tra microbiota dominato da lattobacilli ed elevato consumo di proteine animali in un gruppo di donne gravide, mentre l’altro ha messo in luce un legame tra schemi alimentari non salutari, inclusa la carne rossa, e vaginosi batterica. Per completezza dobbiamo aggiungere che altri due studi non hanno rilevato associazioni tra consumo proteico e vaginosi batterica.

Sappiamo da studi precedenti che, a livello intestinale, un elevato consumo di carne rossa e processata aumenta i marker infiammatori, mentre la fermentazione delle proteine animali può produrre metaboliti potenzialmente tossici come ammoniaca e solfuri, e aumentare il pH intestinale: entrambi questi fattori sono potenzialmente in grado di influenzare la composizione del microbiota. Attraverso quali meccanismi tutto questo si rifletta sull’ambiente vaginale è ancora da chiarire.

Alcol

Il consumo di alcol è risultato significativamente associato ai livelli di Gardnerella e Ureaplasma e al vaginotipo IV. L’alcol, allo stesso modo del tabacco, sembra dunque aumentare il rischio di disbiosi vaginale e vaginosi batterica. Anche in questo caso il meccanismo d’azione è ancora sconosciuto, ma potrebbe essere di tipo immunitario: da uno studio su animali emerge infatti che l’alcol favorisce le infezioni alterando la risposta immunitaria.

Acido α-linolenico (ALA)

Questo acido grasso essenziale omega-3, derivato principalmente da fonti vegetali come noci e semi, ha mostrato un effetto benefico: il suo consumo è risultato infatti direttamente associato all’abbondanza di L. crispatus e inversamente associato al vaginotipo III (dominato da L. iners). Studi sul microbiota intestinale indicano che gli omega-3 modulano positivamente le comunità microbiche sia in modo diretto che indiretto, alterando i mediatori infiammatori e regolando i livelli di acidi grassi a catena corta, con l’esito di ridurre l’infiammazione intestinale e proteggere dalle infezioni. I dati relativi al microbiota vaginale sono estremamente scarsi, ma uno studio su ratti ha messo in luce che il consumo alimentare di olio di semi di lino ricco in ALA è in grado di influenzare positivamente la composizione della microflora vaginale.

Carboidrati totali, amido, proteine vegetali, fibre totali

Questi macronutrienti sono risultati negativamente correlati a Gardnerella, suggerendo che una ridotta assunzione di alimenti di origine vegetale possa favorire la proliferazione di agenti patogeni. È stata riscontrata anche un’associazione più specifica tra amido e livelli di lattato nelle secrezioni vaginali, che gli autori spiegano ipotizzando che diete ricche di carboidrati e amido possano portare a livelli elevati di glicogeno vaginale, creando un ambiente favorevole per i lattobacilli.

Conclusione

Nel complesso, questi dati mettono in luce l’importanza dell’interazione tra il tratto gastrointestinale e quello vaginale, il cosiddetto “asse vagina-intestino”. Una dieta sana è da annoverare tra i fattori capaci di preservare l’omeostasi vaginale regolando il traffico di specie batteriche tra la vagina e l’intestino e modulando i livelli e il tipo di metaboliti prodotti dal microbiota.

Bibliografia

1: Djusse, M. E., Prinelli, F., Camboni, T., Ceccarani, C., Consolandi, C., Conti, S., … & Severgnini, M. (2025). Dietary habits and vaginal environment: can a beneficial impact be expected?. Frontiers in Cellular and Infection Microbiology, 15, 1582283. https://doi.org/10.3389/fcimb.2025.1582283